Parrocchia dei Santi Martino e Rosa - Via Fenzi 28 - 31015 Conegliano (Tv)
www.parrocchiasanmartinoconegliano.it © 2014-2025
Dal libro: 100 anni insieme con i Giuseppini del Murialdo
«…
le
persone
non
ricordano
i
passi
che
hai
fatto
nel
cammino
della
vita,
ma
le
impronte
che
hai
lasciato…
E
mi
sento di dirvi: grazie!»
«Sono
in
Africa
da
35
anni.
L’Africa
è
una
terra
meravigliosa,
capace
di
incantarti
in
pochi
giorni.
Ti
imprime
nell’anima
colori,
suoni
odori
e
sapori.
La
sua
potenza
straordinaria
ti
stordisce,
ma,
mai
come
in
altri
luoghi,
assisti
attonito
alla
cruda povertà e morte.
L’Africa
è
un
continente
straordinario,
ma
è
gravemente
ferito.
E’
da
decenni
colpita
da
guerre
sanguinose
e
fratricide,
campi
profughi,
carestie
e
siccità,
epidemie,
disoccupazione
e analfabetismo.»
«C’è
una
frase
che
si
ripete
spesso
in
occidente:
AIUTIAMOLI
A
CASA
LORO.
A
me
non
piace.
Prima
di
tutto
perchè
«aiutiamoli»
da
già
l’idea
che
noi
partiamo
da
un
punto
di
superiorità.
Tu
aiuti
qualcuno
che
è
più
debole,
che
ha
bisogno.
E
poi
«a
casa
loro»…
io
onestamente
non
credo
più
che
ci
sia
una
casa
loro
e
una
casa
nostra.
Dov’è
la
casa
loro?
Dov’è
la
casa
nostra?
Noi
abbiamo
una
casa
comune,
dice
Papa
Francesco.
Dovremo
pensare
diversamente
e
dire:
aiutiamoci
insieme
a
risolvere
i
problemi.
Con
l’Africa
noi
europei siamo uniti nella diversità.»
Chiesi
a
Dio
di
essere
forte,
per
eseguire
progetti
grandiosi,
Egli
mi
rese
debole
per
conservarmi
nell’umiltà.
Domandai
a
Dio
che
mi
desse
la
salute,
per
realizzare
grandi
promesse,
Egli
mi
ha
dato
la
debolezza
per
comprenderla meglio.
Gli
domandai
la
ricchezza,
per
possedere
tutto,
mi
ha
fatto povero per non essere egoista.
Gli
domandai
il
potere,
perchè
gli
uomini
avessero
bisogno
di
me,
Egli
mi
ha
dato
l’umiliazione,
perchè
io
avessi bisogno di loro.
Domandai
a
Dio
tutto,
per
godere
la
vita,
mi
ha
lasciato
la
vita perchè potessi apprezzare tutto.
Signore,
non
ho
ricevuto
niente
di
quello
che
chiedevo,
ma mi hai dato tutto quello di cui avevo bisogno.
Le preghiere che non feci furono esaudite.
Sii
lodato,
mio
Signore.
Fra
tutti
gli
uomini,
nessuno
possiede quello che io ho.
Avvenire 1 marzo 2020
«Camminare con gli uomini, portando pace e sorriso»
DI ELEONORA MACCAFERRI
Una
vita
all’insegna
della
missione
quella
di
padre
Giuliano
Pini,
membro
della
Congregazione
dei
Giuseppini,
da
più
di
trent’anni
a
servizio
del
popolo
africano,
tra
Sierra
Leone
(26
anni)
e
Nigeria
(gli
ultimi
6).
Durante
la
sua
sosta
in
Italia,
costretto
per
problemi
di
salute,
vive
questo
tempo
quale
risorsa
per
rigenerarsi
e
riflettere
su
questi
lunghi
anni
di
missione
e
gli
obiettivi
raggiunti.
Presto
ripartirà
per
la
Nigeria.
La
Bibbia
ricorda
che
ogni
cosa
buona
–
piccola
o
grande
–
viene
dal
Padre
che
è
nei
cieli.
Questo
è
il
messaggio
che
traspare
da
ogni
sua
parola
e
che
lo
ha
guidato
in
tutti
questi
lunghi
anni
di
missione
a
fianco
degli
ultimi.
Ricorda
l’importanza
di
non
dare
mai
le
cose
per
scontato.
Quante
volte
nella
nostra
vita
attendiamo
sempre
avvenimenti
spettacolari e non sappiamo piuttosto cogliere la bontà di Dio
nelle cose semplici e ordinarie della vita?
Quante
volte
ci
limitiamo
a
ricordare
le
nostre
sconfitte,
i
momenti
bui
della
nostra
vita,
le
delusioni
invece
di
guardare e far vivere in noi i momenti belli e le piccole vittorie di ogni giorno?
Queste
sono
solo
alcune
tra
le
provocazioni
che
emergono
alla
luce
di
una
vita
vissuta
in
pienezza,
in
contesti
sicuramente
complessi
da
comprendere
ed
ostili
in
cui
vivere,
ma
dove
la
presenza
di
Dio
appare
in
ogni
piccolo
gesto.
Padre
Giuliano
ci
descrive
le
difficoltà
e
i
pericoli
vissuti
in
questi
anni
di
testimonianza
della
parola
di
Dio.
È
ancora
vivissimo
nella
sua
memoria
il
momento
del
sequestro
da
parte
dei
ribelli
in
Sierra
Leone.
Consapevole
dei
gravi
problemi
che
soffocano
le
popolazioni
con
cui
ha
condiviso
tanti
anni,
è
profondamente
rattristato
quando
ci
racconta
l’eccidio
di
tanti
cristiani
e
civili,
costantemente
attaccati
e
uccisi
da
Boko
Haram
e
dai
pastori
Fulani
in
Nigeria.
È
triste
quando
ci
parla
del
Biafra
che,
nonostante
l’immenso
valore
economico
dei
più
di
cinquecento
pozzi
petroliferi,
rimane
una
delle
zone
più
povere.
Una
vera
e
propria
catastrofe
non
solo
ambientale
quanto
umana,
dove
il petrolio inquina la natura e calpesta i diritti umani. Nonostante tutto questo, le parole di padre Giuliano Pini sono
piene
di
speranza.
Una
speranza
che
affiora
esplosiva
dalla
popolazione
stessa,
determinata
a
voler
risollevare
la
propria vita e ricostruire l’economia del proprio paese.
«È
da
ammirare
–
dice
padre
Pini
–
la
grande
capacità
di
convivenza,
la
profonda
religiosità,
i
valori
della
solidarietà,
ospitalità
e
condivisione,
il
forte
senso
della
famiglia,
la
prevalenza
del
bene
comune
sugli
interessi
individuali,
l’amore
per
la
vita
e
la
fecondità,
il
rispetto
per
gli
anziani
e
per
i
bambini,
il
senso
della
pazienza
e
della
speranza
nella
vita.
Tutti
questi
elementi
sono
rilevabili
con
maggior
evidenza
nelle
zone
rurali».
Forse,
anche
la
nostra
Europa
deve
prendere
esempio
proprio
da
loro
in
questo
periodo
tanto
difficile.
Nella
nostra
società,
quanto
spazio
dedichiamo
alla
comunità,
alla
famiglia,
all’ascolto
e
all’incontro
piuttosto
che
alla competizione, l’accumulo e il benessere individuale?
È
forse
necessario
compiere
un
passo
indietro,
tornare
all’essenza
del
nostro
essere
umani,
alla
condizione
esistenziale
per
ognuno
di
noi:
la
relazione,
che
non
si
limita
agli
altri
esseri
umani,
ma
deve
comprendere
anche il creato e il Creatore.
Padre
Giuliano
Pini,
membro
della
Congregazione
dei
Giuseppini,
è
da
sempre
a
servizio
del
popolo
africano
È
stato
26 anni in Sierra Leone e 6 li ha trascorsi in Nigeria.
Intervista a Vita Giuseppina 2017 (di Sandro Pipino)
“Il mio sogno: camminare insieme con l’umanità e portare vita e sorrisi nel mondo.”
Incontro con p.Giuliano Pini
“Tutti
noi
abbiamo
bisogno
di
essere
accolti…
Abbiamo
bisogno
di
speranza
in
questo
difficile
momento,
difficile
per
tutti:
difficile
per
il
mondo
occidentale
che
non
riesce
a
vincere
la
paura,
l’incertezza,
la
sfiducia…
difficile
per
i
poveri
del
mondo
che
faticano
a
credere
in
un
mondo
diverso,
senza
guerre,
senza
violenza,
senza
ingiustizie…
Oggi
la
maggior
parte
dell’umanità
vive
crocifissa
dalla
fame,
dalla
povertà,
dalla
scarsità
d’acqua,
dalla
disoccupazione.
Ma
crocifissa
è
anche
la
Natura,
lacerata
dall’avidità
industriale
che
rifiuta i necessari limiti.
Crocifissa
è
la
Madre
Terra,
sconvolta
dal
riscaldamento
globale
ed
esausta
fino
al
punto
d’aver
compromesso
il
suo
naturale
equilibrio…”
Sono
parole
forti
quelle
con
le
quali
padre
Giuliano
Pini
ha
esordito
nell’incontro
organizzato
dai
suoi
“Amici”
nel
marzo
scorso
a
Spilamberto (Modena).
Dopo
avere
ricordato
i
suoi
ventisei
anni
trascorsi
in
Sierra
Leone,
durante
i
quali
ha
condiviso
“momenti
belli
e
momenti
brutti”,
don
Giuliano
ha
voluto
citare
quanto
i
“suoi”
bambini
della
missione
hanno
scritto
al
termine
della
guerra
civile:
“…C’è
stata
una
spaventosa
guerra
in
Sierra
Leone,
iniziata
nel
1991
e
durata
11
anni.
Tutti
hanno
sofferto
tremendamente
e
molte
persone,
compresi
tanti
bambini,
hanno
perduto
la
vita…
I
ricordi
continuano
a
pesare
sulle
nostre
menti
e
sui
nostri
cuori
ma
noi,
che
siamo
riusciti
a
sopravvivere
a
questa
terribile
guerra,
siamo determinati a guardare avanti.
Daremo
un
volto
nuovo
al
futuro
della
Sierra
Leone.
Dobbiamo
imparare
a
capire
quello
che
capita
attorno
a
noi
per
poter
trasformare
le
nostre
vite
e
creare
un
nuovo
sogno
per
il
futuro.”
Ha
poi
sottolineato
che
non
soltanto
i
giovani della Sierra Leone ma tutti abbiamo bisogno di capire quello che avviene intorno a noi:
“…Tutti
noi
abbiamo
bisogno
di
passare
dalla
paura
alla
speranza
e
affrontare
con
fiducia
le
sfide
e
i
rischi
del
tempo
in
cui
viviamo.
Stiamo
attraversando
un
cambiamento
epocale,
ed
ogni
cambiamento
d’epoca
suscita
problemi,
incertezze
e
dubbi
perché
incontriamo
difficoltà
a
comprendere
il
mutamento
dei
valori
di riferimento.
L’ultimo
grande
cambiamento
epocale
dell’Occidente
risale
a
cinquecento
anni
fa
quando
si
passò
dal
Medio
Evo
all’Età
Moderna
e
noi,
oggi,
stiamo
vivendo
il
passaggio
dalla
modernità
al
Post
Moderno.
La
nostra
è
un’epoca
caratterizzata
da
una
rapida
e
continua
evoluzione
tecnologica
che
ha
contribuito
a
far
sorgere
un
profondo
ottimismo
nella
convinzione
che
Scienza
e
Tecnologia
possono
trovare
le
soluzioni
a
tutti
i
problemi
che
opprimono
l’uomo.
È
vero
che
la
vita
si
è
allungata,
che
molte
malattie
sono
state
debellate,
che
i
beni
di
consumo
sono
alla
nostra portata, ma i veri grandi problemi sono ancora irrisolti:
in
quanti
hanno
beneficiato
delle
“ricchezze”
prodotte
dalla
tecnologia?
Per
tre
miliardi
e
mezzo
di
persone
(su
sette
miliardi
che
popolano
il
pianeta)
i
“Diritti
Umani”
e
le
“Sacre
Libertà”
stabilite
dalla
Carta
dell’Onu
sono
soltanto
parole,
un
miraggio,
un’utopia,
un
lusso
che
non
possono
permettersi,
poiché
la
loro
esistenza
si
esaurisce
tutta
nello
sforzo
di
garantirsi
una
sopravvivenza
biologica.
Le
grandi
conquiste
della
scienza
hanno
privilegiato
il
dieci
per
cento
dell’intera
umanità,
mentre
la
metà
della
ricchezza è concentrata in poche decine di mani: una brutale e crescente disuguaglianza…”
Un’analisi
cruda
e
spietata
di
un
mondo
dominato
dalla
disuguaglianza
e
dall’ingiustizia,
quella
di
padre
Giuliano
che
domanda
a
se
stesso
e
alle
nostre
coscienze:
“Quale
mondo
vogliamo
preparare
per
le
nuove
generazioni?”
poi,
quasi
a
suggerire
una
possibile
soluzione,
aggiunge:
“Dobbiamo
costruire
un
mondo
per
tutti…
andare
verso
una
globalizzazione
della
solidarietà!”
Ha
poi
affrontato
il
tema
specifico
della
sua
esperienza
africana
esordendo
con
un
altro
quesito:
“Qual
è
l’immagine
che
abbiamo
dell’Africa,
e
quale
l’idea
della
nostra
collaborazione
con
gli
africani?”
L’analisi
che
ne
è
seguita
è
stata
tanto
semplice
quanto
chiara
ed
efficace:
“Ci
sono
due
distinte
visioni
dell’Africa:
la
prima,
più
stereotipata,
ci
parla
di
un’Africa
povera
e
di
noi
che
sentiamo
il
dovere
di
aiutare
la
sua
gente
(come
dire:
sfamiamoli
dandogli
un
pesce);
la
seconda,
più
oggettiva
e
realistica,
ci
dice
di
un’Africa
ricca
e
di
noi
che
continuiamo
a
rubare
la
sua
ricchezza…Noi
non
stiamo aiutando l’Africa.
L’Africa
è
ricca,
smettiamola
d’impoverirla.
Aiutiamo
gli
africani
a
re-distribuire
la
loro
ricchezza,
ad
utilizzarla
al
meglio con scambi commerciali equi. Insegniamo loro come si pesca anziché dargli un pesce per sfamarli!...
Abbiamo
bisogno
di
cancellare
dalla
nostra
esistenza
e
dall’esistenza
di
ogni
fratello
e
sorella
ogni
puzza,
ogni
sentore
di
morte,
ogni
sofferenza
inutile!
Oggi,
questo
pranzo
di
solidarietà
urla
proprio
questo:
vogliamo
immettere
nel
mondo
che
ci
circonda
un’aria
nuova
che
porti
il
profumo
di
una
grande
speranza
per
tutti…
Fare
rivivere la speranza prima che finisca sotto le macerie della disperazione.”
Don
Giuliano
ha
poi
ricordato
che
tanti
bambini
della
Sierra
Leone
sono
diventati
uomini
frequentando
le
quattro
scuole
giuseppine:
due
Istituti
Tecnici,
una
Scuola
Media
e
una
Superiore
con
tre
indirizzi
di
studi.
Qui
sono
stati
accompagnati
nella
loro
crescita
umana,
intellettuale
e
sociale,
e
aiutati
a
costruire
il
loro
futuro
offrendo
a
molti
di
loro
un
lavoro
o
la
possibilità
di
proseguire
gli
studi.
Insomma,
“Li
abbiamo
aiutati
a
realizzare
il
loro
sogno”
come
ha
detto
con
la
voce
velata
di
commozione
don
Giuliano
che
ha
poi
aggiunto:
“Nel
mio
cuore
e
nel
vostro,
carissimi
amici
e
benefattori,
hanno
trovato
posto
tutte
le
carità
più
urgenti
e
necessarie:
dai
giovani
con
difficoltà
ad
affrontare
la
vita
e
la
scuola,
ai
bambini
malati
e
denutriti,
agli
amputati,
a
coloro
che
desiderano
imparare
un
mestiere.
Ma
c’è
posto
anche
per
la
riconoscenza:
innanzitutto
agli
Ex
Allievi
delle
nostre
scuole
che
presso
Freetown
hanno
costruito
cinque
grandi
edifici
con
laboratori
di
falegnameria,
meccanica, saldatura, tintoria, tipografia, muratura e una grande sala polivalente...”.
Malgrado
stia
ormai
per
varcare
la
soglia
dei
settanta,
don
Giuliano
è
da
tre
anni
impegnato
alla
realizzazione
di
una nuova comunità ad Ibadan, nel sud della Nigeria.
“…Non
ho
perso
la
voglia
di
sognare
perché
sono
testardamente
convinto
che,
insieme,
è
possibile
cambiare
qualcosa.
È
questa
certezza
che
mi
fa
superare
lo
scoramento
e
le
difficoltà,
che
mi
fa
sopportare
la
fatica,
le
malattie
come
la
malaria,
e
gli
interventi
chirurgici.
Due
anni
fa
non
riuscivo
più
a
camminare,
mi
hanno
operato
al
cervello
e
ora
cammino!
Il
Signore
mi
ha
detto:
“Ho
ancora
bisogno
di
te.
Alzati e cammina, e…torna in Africa!” La Nigeria.
Quando
i
suoi
superiori
gli
proposero
di
aprire
una
nuova
comunità
in
questo
stato
del
centro
Africa,
i
suoi
amici
lo
sconsigliarono;
ma
lui
aveva
nella
mente
e
nel
cuore
ben
altri
ideali:
“Non
seguire
soltanto
il
percorso
tracciato,
vai
dove
non
c’è
strada
segnata…
Sogna
sempre
in
grande…
Allarga
le
braccia
più
che
puoi,
e
abbraccia
più
persone
che
puoi…”.
E
alla
preoccupazione
degli
amici,
come
allora,
ancora
risponde
con
un
proverbio
africano:
“Chi
è
già
bagnato
non
ha
paura
dell’acqua”.
Poi
aggiunge
“Sono
stato
in
Sierra
Leone
durante
la
guerra,
i
ribelli
mi
hanno
sequestrato,
bastonato,
ma
sono
ancora
qua…
Sapete,
un
altro
proverbio
africano
dice
che
quando
il
nemico
scava
una
fossa
per
te,
il
Signore
ti
prepara
un’uscita
d’emergenza!
Così
Lui
ha
fatto
per
me.
E
mi son detto: non temere Giuliano, Dio imburrerà il tuo pane. Ed è stato così”.
«Sono
stata
in
Sierra
Leone.
Ed
è
come
se,
queste
poche
parole,
rappresentassero
un
mondo
intero
di
emozioni
così
forti
e
contrastanti
che
mi
è
difficile
descrivere
sia
con
le
parole
che
con
le
numerose
fotografie
che
ho scattato.
Ognuno
di
noi
percorre,
nella
vita,
un
viaggio
che
diventa,
nel
bene
e
nel
male,
il
“nostro”
viaggio
personale…
Anche
con
la
Sierra
Leone
è
stato
così
e,
come
ogni
volta
che
il
contatto
con
“l’altro”
diventa
risorsa,
da
questa
esperienza
sono
tornata
“più
ricca”,
ma
anche
profondamente
turbata.
Turbata,
perché
le
mie
sensazioni
preesistenti
su
come
si
può
aiutare
il
terzo
mondo
senza
annientarne
la
cultura
e
la
storia
…..
(a
questo
proposito,
in
una
stanza
dove
ho
dormito,
scritta
sul
muro,
qualcuno
aveva
scritto
“Il
nostro
mondo
non
è
terzo
a
nessuno”)…..
hanno avuto conferme sia in positivo che in negativo.
Qui,
soprattutto
nelle
città,
i
ruoli
si
ribaltano
un
poco….
l’immagine
dell’
”uomo
nero
cattivo”,
ancora
così
forte
da
noi,
si
trasforma
nel
“bianco
sfruttatore”,
nei
confronti
del
quale
cercare
in
un
qualche
modo
rivincita,
anche
solo mettendolo in difficoltà.
E’
così
che,
quando
si
atterra
con
l’aereo,
la
prima
sensazione
viscerale
che
si
prova
è
quella
di
essere
catapultati
in
un
mondo
pieno
di
confusione,
senza
regole
e,
perché
no?,
difficile
per
i
bianchi,
che
sono
visti
(come succede nei paesi veramente poveri di ogni parte del mondo) principalmente come fonte di denaro.
La
seconda
sensazione,
ad
un
colpo
d’occhio
superficiale,
ci
mostra
una
estesa
Freetown,
con
grandi
e
nuovi
palazzi,
negozi,
il
campo
sportivo,
con
standard
sempre
più
simili
a
quelli
occidentali,
ma
che
mascherano
la
povertà
assoluta
della
zona
est
della
città,
per
esempio,
che
ha
raccolto,
negli
ultimi
anni,
una
moltitudine
di
persone che hanno lasciato i paesi dell’interno attirati dal miraggio della capitale.
E’
molto
facile,
così,
pensare
che
qui,
in
Sierra
Leone,
non
c’è
più
bisogno
del
nostro
aiuto,
ma
così
proprio
non è.
Questa
zona,
così
povera,
dove
le
condizioni
di
vita
sono
veramente
difficili,
dove
la
gente
vive
in
baracche
di
lamiera,
senza
servizi
igienici,
senza
il
minimo
indispensabile,
si
chiama
Kissy
ed
è
proprio
lì
che
i
Padri
Giuseppini
del
Murialdo
hanno
costruito
la
missione,
in
mezzo
alla
gente
più
bisognosa, per essere un punto di riferimento positivo.
Ho
visto,
anche
se
solo
per
pochi
giorni
perché
nel
mese
di
dicembre
le
scuole
rimangono
chiuse,
il
movimento
degli
studenti
che
arrivavano
nel
viale
della
missione
indirizzati
alle
classi,
quel
vociare
bellissimo
di
giovani
diretti
verso
quello
che
rappresenta
un
possibile
futuro
diverso.
Senza
i
nostri
Padri
questo
non
sarebbe possibile.
Sono
straordinari,
questi
Padri,
umanamente
straordinari
e,
del
resto,
non
poteva
che
essere
così,
dopo
la
scelta
di
operare
per
il
futuro
dei
sierraleonesi
in
condizioni
che,
ancora
oggi,
sono
tutt’altro
che
facili;
ho
sentito e visto il loro affetto paterno verso la gente ed anche verso chi, come me, “passava di là”.
Ho
visto
quanto
amore
lega
reciprocamente
quella
gente
a
Padre
Giuliano….
c’è
una
parola
magica
“Lagila”
che
sigilla
questo
legame….
Un
sacco
di
volte,
nei
posti
più
lontani
ed
impensati,
da
ragazzi
e
da
donne
anziane,
saliva
un
“Lagila!!!”
a
salutare
Padre
Giuliano
con
quella
parola
da
lui
inventata
senza
un
vero
significato
preciso.
Ecco,
anche
solo
questa
parola
è
un
indicatore
del
rapporto
che
Padre Giuliano ha saputo costruire con la sua gente e, giuro, era bellissimo sentirla….
Ma
c’è
anche
altro
che
indica
questo
legame:
volendo
ringraziare
Sidki,
un
tecnico
della
scuola
di
Lunsar,
dopo
che
mi
aveva
accompagnata
in
visita
in
alcuni
posti,
mi
sono
sentita
dire
“Non
sei
fortunata
ad
aver
conosciuto
me.
Sei
fortunata,
come
noi,
ad
aver
conosciuto
Father
Giuliano”….
Servono forse altre parole?…»
Anna 24.02.2014
2016 (da Vita Giuseppina)
P. Giuliano Pini festeggia 40 anni di sacerdozio
Grande
gioia
e
clima
di
festa
domenica
fine
marzo
nella
parrocchia dei SS. Martino e Rosa di Conegliano.
Nella
comunità
è
giunto
in
visita
p.
Giuliano
Pini,
il
missionario
che
per
diversi
anni
è
stato
cappellano
nella
parrocchia.
In
Italia
da
qualche
tempo
per
motivi
di
salute,
ora
in
fase
riabilitativa.
Ha
festeggiato
i
40
anni
di
sacerdozio
di cui 28 trascorsi in terra d’Africa.
Dopo
la
Santa
Messa
concelebrata
con
il
parroco,
p.Guglielmo,
ed
il
pranzo
comunitario,
nel
pomeriggio
ha
raccontato,
alle
numerose
persone
intervenute,
la
sua
esperienza
missionaria.
Il
giorno
dopo
ha
parlato
anche
agli
studenti
di
una
classe
prima
del
liceo
Scientifico
G.Marconi
di
Conegliano.
Dal libro: 100 anni insieme con i Giuseppini del Murialdo
«…
Nel
1976
arriva
Don
Giuliano
Pini.
La
Parrocchia
di
San
Martino
diventa
una
delle
più
propositive
della
Diocesi
e
ricca
di
iniziative.
I
gruppi
dell’ACR
(Azione
Cattolica
dei
Ragazzi)
si
distinguono
per
essere
sempre
numerosi
e
partecipanti
alle
varie
iniziative
come
la
Festa
del
Ciao,
i
Congressini
diocesani
dell’ACR,
i
campiscuola
a
nebbiù,
a
caviola, a Falcade, a Cei.
Don
Giuliano
era
un’esplosione
continua
di
idee.
Con
lui
abbiamo
fatto
diversi
recital
presentandoli
sia
ai
Campiscuola che in altre parrocchie.
Ricordo
comunque
anche
incontri
con
animatori
di
altre
realtà
giuseppine,
ad
esempio
al
Patronato
Leone
XIII
di
Vicenza.
Inoltre
partecipammo
a
campiscuola
della
Diocesi
di
Verona
che si svolgevano in montagna a Campofontana.
Queste
esperienze
sono
risultate
molto
formative
sia
per
i
ragazzi
che
per
gli
animatori
perchè
ci
aprivano
a
realtà
e
territori diversi da quelli nostri abituali.
Con
Don
Giuliano,
noi
giovani
animatori,
abbiamo
sperimentato
i
primi
gesti
di
solidarietà
con
le
«Carovane
Pasquali»
andando
a
fare
volontariato
e
assistenza
agli
anziani
in
ospedale,
portando
pasti
alle
famiglie
povere
della parrocchia.
Con
lui
andavamo
a
fare
uscite
in
montagna,
abbiamo
fatto
un
recital
su
San
Francesco
andando
a
registrare
scene
ad
Assisi
e in Umbria, vestendoci rigorosamente da frati.
Con
Don
Giuliano
è
stato
messo
il
seme
della
futura
«Conegliano
Pedala»
che
in
realtà
inizialmente
si
chiamava
San
Martino
pedala
perchè
dopo
i
campiscuola
andavamo
con
tutti
i
ragazzi
in
bicicletta
a
trovare
gli
amici
conosciuti
durante
l’estate
a
Nebbiù.
Ed
ecco
che
si
partiva
in
40-50
biciclette
con
tanto
di
servizio
d’ordine
di
noi
più
grandi
verso Pieve di Soligo, Oderzo, Campodipietra, Sacile.
A
Pasquetta,
con
l’organizzazione
della
commissione
Tempo
Libero
della
parrocchia
si
andava
a
fare
festa
tutti
insieme
a
Falzè di Piave sulle rive del fiume.
Sicuramente
da
ricordare
il
Giubileo
dei
Giovani
a
roma
nel
1983
con
Papa
Giovanni
Paolo
II
e
il
congresso
nazionale
dell’Azione Cattolica Ragazzi sempre a Roma.
E
poi
esperienze
itineranti
come
viaggi
in
Sicilia
e
in
Val
D’Aosta
confidando
sempre
nella
Divina
Provvidenza
affinchè
tutto andasse per il meglio.
DON GIULIANO PRETE IN MISSIONE
DON GIULIANO PRETE DELL’ORATORIO